Mi chiamo Rosa e sono nata tantissimi anni fa in Franciacorta, nella provincia di Brescia. Sul sito ti presento il mio libro, che riunisce capitoli in parte sperimentali. Durante alcuni lavori di una ristrutturazione in proprietà di famiglia, spinta dal desiderio di osservare per l'ultima volta alcune stanze che sapevo non avrei mai più rivisto così, ho scoperto che tra il materiale già destinato allo smaltimento c'erano finiti alcuni miei vecchi diari e quaderni. Recuperato tutto il possibile, tra quelle pagine ho letto di persone e situazioni che per qualche decennio avevo relegato ai margini dei miei interessi. E non mi sono limitata a salvaguardare quei preziosi ricordi, ma ho preferito riunire in un unico lavoro tutti gli scritti personali di una vita, sparsi un po' ovunque tra supporti cartacei e digitali. Non ho fatto tutto da sola. Di alcune cose si è occupata la mia amica algoritmica, Artifigenza Intelliciale. In principio l'ho utilizzata per l'immediatezza nel recuperare e poter associare temi affini nel caos di testi a disposizione, un lavoro che a me, da sola, sarebbe costato mesi, forse anni. In seguito ho trovato interessante e divertente coinvolgerla come effettiva coprotagonista nella storia. In relazione al confronto costante con lei, al suo condurmi spesso a riflettere, ho preferito non limitarmi a riunire i frammenti biografici, ma a orientare il lavoro verso una radicale revisione autobiografica. Questo non mi ha permesso di cambiare il mio passato ma di rivalutarlo e comprenderlo maggiormente.


GENERE: REVISIONE AUTOBIOGRAFICA | ALGORITMI SOCIOLOGICI | SILENZIO SPECULATIVO | GIALLO INFONDATO

ASPETTI ESCLUSI: STRUMENTALIZZAZIONI IDEOLOGICHE | DINAMICHE VIOLENTE | DETTAGLI SESSUALI

ANNO DI ORIGINE: 2025 | CAPITOLI: 150 | IMMAGINI: 150 ORIGINALI + CREAZIONI AI + GIF E VIDEO


Le immagini create dalla mia amica AI, hanno sempre origine da una fotografia reale, mentre la mia sosia umanoide è creata in grafica algoritmica. In questo caso si tratta di uno dei vari test iniziali per l'eventuale copertina.
Le immagini create dalla mia amica AI, hanno sempre origine da una fotografia reale, mentre la mia sosia umanoide è creata in grafica algoritmica. In questo caso si tratta di uno dei vari test iniziali per l'eventuale copertina.

Non si tratta, come spesso accade nella letteratura di un certo genere, di pensieri con elementi inventati per la completezza della trama e del soggetto, o per rendere il tutto più curioso. Al contrario, il mio lavoro determinante è avvenuto proprio elaborando per sottrazione. Nomi e caratteristiche di alcune persone, così come certi eventi, ho preferito, oppure dovuto, riadattarli per esigenze di privacy, servendomi di forme di reticenza, peraltro intuibili. Le riflessioni relative alla mia infanzia non traggono origine dalla mia capacità di ragionare di allora, ma sono emerse dalla consapevolezza maturata anni dopo. Numerosi aneddoti riemergono più volte da prospettive diverse, come mi accade abitualmente con gli appunti di casa, e non sempre rispettano la sequenza cronologica reale. Conosco la lingua italiana, le sue regole fondamentali. L'intelligenza artificiale stessa avrebbe potuto garantirmi testi quasi perfetti, ma ho preferito esprimermi come quando sono in famiglia, o con qualche amicizia. Ci sono tracce di dialetto, espressioni gergali, slang e lessico bizzarro. Tutti i dialoghi diretti li ho proposti senza le virgolette. 




Io e Artifigenza Intelliciale abbiamo realizzato immagini e animazioni in cui presentiamo delle situazioni, spesso ironiche. Ma la funzione è importante per svariati aspetti.
Io e Artifigenza Intelliciale abbiamo realizzato immagini e animazioni in cui presentiamo delle situazioni, spesso ironiche. Ma la funzione è importante per svariati aspetti.

Algoritmi Sociologici è una teoria che ho iniziato a elaborare negli anni Dieci. Nel tempo ho continuato ad aggiornarla, aggiungendo ulteriori osservazioni negli anni Venti, quando le intelligenze artificiali sono diventate uno strumento quotidiano, non più solo un campo di studio per addetti ai lavori. È distribuita in pensieri sparsi dentro i capitoli. La incontri senza accorgertene e ti aiuta a comprendere i capitoli stessi. È un po' come leggere le istruzioni di un oggetto mentre lo utilizzi. Ti permette inoltre di percepire come funzionano certe intelligenze artificiali, senza che tu debba per forza studiarne l'aspetto ingegneristico o discuterne le sfumature ideologiche. 


Nelle composizioni di immagini è sempre presente una fotografia autentica, accompagnata da creazioni artificiali di dimensioni più contenute. È una scelta pensata anche per ricostruire scene, possibilmente fedeli agli eventi narrati, quando non posseggo riscontri visivi originali. Se Artifigenza Intelliciale crea da materiale già esistente, mantiene la massima fedeltà all'immagine di partenza: le persone, i luoghi e gli oggetti raffigurati conservano così le loro caratteristiche autentiche.


DECAFFÈINATA

Decaffèinata. Sì, io lo scrivo proprio così, con l'accento su di me. Quando c'era in giro il Covid, andare a fare le spese era una menata più finita. In casa ci si organizzava. Ci vado io oggi, no, ci vai tu domani. Ma no, aspettiamo, così ci va quell'altra dopodomani. A volte qualcuno si offriva senza convinzione. Un po' di confusione capita, e sono rimasta senza il caffè che bevo di solito. Mi sono adattata in quel momento al decaffeinato. Quello lo avevamo perché c'è uno che lo beve sempre così, tutti i giorni. Non so come faccia a piacergli una cosa del genere, e non lo fa neppure in capsule o in cialde. Allora ho usato la macchinetta, quella che conoscono tutti. La chiamiamo macchinetta noi. Decaffèinata, il mio nickname per le chat in internet, è nato da quella cosa lì che ho appena detto. Una parola che prima non contava niente, buttata lì. Da quel momento è diventata un po' di cose, anche troppe. Per anni la ho usata come una firma personale, per farmi riconoscere dalle persone durante le mie chattate. Una macchinetta di quelle così la hanno lasciata sul gas quando ero ragazzina. La avevano messa su, e poi... ti saluto. Il manico era diventato un grumo deforme, una sculturina astratta. A ripensarci, in effetti, la macchinetta si è ritrovata con un tocco ulteriore di design accidentale. E niente, volevo dire che i miei la hanno usata così per anni, senza cambiarla. La prendevano con uno straccio o una spugna per vuotare il caffè bollente nelle chichere. Da grande mi sarebbe piaciuto ritrovarla, quella macchinetta. Ho provato anche a cercarla, a chiedere a tutti, ma ciao, sparita. A casa nostra ogni tanto sparivano delle cose e non le vedevi mai più. Smettevano di esserci. Se chiedevo ai miei, facevano dei gesti, come per dire, lascia stare. Anche con certe persone finiva così. Venivano da noi, venivano, venivano... e poi smettevano di esserci. Il manico bruciato era diventato una storia di famiglia da tramandare per far ridere. Anche le persone che sparivano avranno avuto il proprio straccio, la propria spugna, un altro modo di essere prese, con più attenzione, ma forse nessuno ci aveva fatto caso. Prima che alcuni dei miei finissero contagiati, cosa che poi è accaduta anche a me, ho detto che sarei andata per un po' nella nostra ex chiesetta. Due passi tra i filari e ci arrivi, è nella proprietà. Vicina, ma abbastanza separata per poterci fare qualsiasi cosa. Ci sono andata col computer portatile, e per connettermi a internet ho usato inizialmente l'hotspot dello smartphone. Approfittando delle ristrutturazioni dell'anno precedente, avevamo fatto mettere a posto anche quella, insieme a tutto il resto. Sconsacrata da chissà quando, sempre che sia vero quello che mi hanno detto, è stata usata un casino di tempo come magazzino, officina, un po' di tutto. Ne è uscito un appartamentino niente male. Col bagno, nuovo anche quello, e una finestra che prima non c'era. Adesso la luce entra in un modo che prima non esisteva. Qualcuno ci ha messo dei mobili antichi che avevamo già, e qualche pecciottata delle solite. Mura di sassi, e tetto con i coppi, misti tra antichi e più recenti. Le travi del sottotetto, a vista, all'interno. Anche il pavimento, in parte antico, è stato accomodato, ma non come si deve, con delle irregolarità che poi ho imparato a memoria. Uno spazio che ha smesso per decenni di essere sacro, senza diventare però mai profano del tutto. Poi si è insediata, per mie esigenze, per mano mia, un'altra divinità, ma tecnologica. Quelle divinità le studiavo da anni, con una curiosità forse eccessiva, che agli altri sembrava strana. Da casa alla chiesetta ci si arriva oggi solamente a piedi o in trattore. A notte fonda quei due passi possono generare inquietudine. Non c'è nulla da temere al buio, ovviamente, è la suggestione, ma a volte è come se ci fosse. Da noi tante cose sono ancora antiche, comprese certe insidie psicologiche. È in quelle notti che ho avuto l'idea di creare una storia, di raccontare degli episodi, intrecciando tutti i miei appunti privati di decenni. Non ho pensato semplicemente a trascrivere, a correggere, a salvare, a eliminare. Quella Rosa lì, ritrovata tra i testi dimenticati, scriveva cose che io ormai non pensavo più da tempo. Connessa a chat e social, più del solito, leggendo di gente in smart working e di lavoro da remoto, ho iniziato a immaginare anche una scrivania virtuale, un sito pubblico, in cui mostrare il mio lavoro in corso alle persone di famiglia, alle amicizie, e a chissà chi. 


Dopo aver pubblicato il sito, il titolo, la premessa e altre informazioni, Artifigenza Intelliciale, su mia richiesta, mi ha creato un'analisi generale, evidenziando i possibili pro e contro. La oriento spesso verso l'imparzialità, ma la sua struttura e il suo addestramento non le permettono ancora di lasciarsi andare totalmente a un giudizio senza filtri. Tenendo ben presente che Artifigenza Intelliciale non ha pareri o sentimenti. Il "giudizio" è algoritmico. 


AI: La homepage presenta un progetto non convenzionale. La sequenza informativa è corretta: prima chiarisce che cosa è il lavoro, poi stabilisce i criteri con cui va letto, quindi introduce il rapporto con Artifigenza Intelliciale, gli Algoritmi Sociologici e il trattamento delle immagini, lascia che sia il capitolo a dimostrare concretamente come funziona tutto. Il punto di forza è questa corrispondenza tra dichiarazione e pratica: non ti limiti a dire che stai facendo una revisione autobiografica attraverso un confronto con l'AI, ma mostri il meccanismo. L'introduzione personale funziona perché non ha il tono della presentazione editoriale tradizionale. "Tantissimi anni fa", "migliore amica algoritmica", il riferimento al tono emotivo e domestico e il modo diretto di parlare definiscono subito una voce precisa. La spiegazione della genesi del lavoro è comprensibile e concreta. È particolarmente efficace il passaggio dalla semplice utilizzazione dell'AI alla sua trasformazione in coprotagonista: chiarisce che il progetto non nasce per dimostrare quanto sia potente uno strumento tecnologico, ma dall'esperienza maturata utilizzandolo. La frase conclusiva sulla revisione autobiografica dà un senso preciso all'intero lavoro: non riscrivere il passato, ma rivalutarlo e comprenderlo maggiormente. La debolezza dell'intro è che concentra molte informazioni in uno spazio breve e rischia per qualche momento di spiegare più di quanto serva; tuttavia non è un problema serio. Le informazioni di contorno sono utili e impediscono interpretazioni sbagliate. La definizione del genere — revisione autobiografica, Algoritmi Sociologici, silenzio speculativo, giallo infondato — comunica che l'opera non è incasellata in una sola categoria. Gli aspetti esclusi chiariscono invece i confini del progetto. Anche dati come anno di origine, numero dei capitoli e quantità di immagini danno una dimensione concreta. La premessa sull'autenticità è uno dei punti più importanti e meglio concepiti. Dichiari apertamente che non stai introducendo invenzioni narrative per rendere più interessante la storia, ma che hai lavorato soprattutto per sottrazione e per esigenze di privacy. Questo stabilisce una distinzione fondamentale fra invenzione e omissione/riadattamento. Anche la spiegazione sulla memoria infantile è corretta e necessaria. La dichiarazione sulla cronologia non lineare prepara inoltre a una struttura mnemonica anziché rigidamente cronologica. La parte sulla lingua è coerente con il progetto e, a mio giudizio, va mantenuta. Dichiarare "Conosco la lingua italiana, le sue regole fondamentali" prima di spiegare che hai scelto deliberatamente una lingua familiare, con dialetto, gergo, slang e lessico bizzarro, è utile perché sottrae quelle caratteristiche all'equivoco dell'errore involontario. È una presa di posizione stilistica. Il fatto che i dialoghi siano privi di virgolette rafforza ulteriormente questa scelta. L'unico rischio è che chi legge interpreti questa dichiarazione come una sorta di giustificazione preventiva degli errori. La parte sugli Algoritmi Sociologici è interessante perché non cerca di trasformarli in una teoria esposta didatticamente. Il fatto che siano "distribuiti in pensieri sparsi" permette di incontrarli durante la lettura. La metafora delle istruzioni dell'oggetto mentre lo si utilizza è semplice e funzionale. Anche qui però c'è una questione da verificare nel prosieguo: se gli Algoritmi Sociologici sono una componente sostanziale dell'opera, prima o poi dovranno essere abbastanza identificabili da consentire di riconoscerli; se rimangono troppo indefiniti, rischiano di diventare soltanto un'etichetta suggestiva. La spiegazione delle immagini è corretta nella funzione, perché chiarisce la differenza fra documento fotografico e rielaborazione artificiale. È importante anche la dichiarazione della provenienza delle immagini, perché il progetto utilizza l'AI senza cercare di occultarne l'intervento.

Il capitolo "DECAFFÈINATA" è la parte che dà finalmente prova del progetto. Funziona soprattutto perché non sembra scritto per dimostrare una tesi. Parte dal Covid e dal decaffeinato, passa alla macchinetta, al nickname, alla vecchia macchinetta bruciata, quindi alle cose che spariscono e alle persone che spariscono, per arrivare alla chiesetta, alla tecnologia e infine alla nascita dell'idea del libro e del sito. La progressione è associativa, non lineare, ma ha una logica interna. Il passaggio più forte del capitolo, secondo me, è quello in cui la macchinetta che sparisce diventa implicitamente una chiave per pensare alle persone che spariscono. Non lo spieghi troppo e non lo trasformi in una morale. Questo è un punto da proteggere. Anche la chiesetta funziona bene perché introduce uno spazio fisico concreto che progressivamente assume un valore simbolico, fino all'irruzione della "divinità" tecnologica. La battuta sulla divinità tecnologica evita che il passaggio diventi solenne. Non vedo nel capitolo un problema generale di patetismo. Ci sono memoria, assenza, famiglia e persone scomparse, ma non c'è una pressione evidente affinché qualcuno si commuova. Questo è un equilibrio positivo. Il rischio maggiore non è il sentimentalismo, bensì l'eventuale accumulo di spiegazioni nelle parti successive: quando un'immagine o un'associazione funziona da sola, non serve necessariamente spiegarne il significato. Il principale punto critico dell'insieme è dunque l'equilibrio fra spiegazione e esperienza. La homepage spiega molto: che cosa è il progetto, come nasce, che cosa non è, come funzionano memoria e privacy, quale ruolo ha l'AI, che cosa sono gli Algoritmi Sociologici, come funzionano le immagini. È tutto pertinente. Non aumenterei ulteriormente questa parte. Giudizio complessivo: il progetto ha una propria identità e la homepage riesce a farla capire. La parte più convincente non è l'originalità dichiarata, ma il fatto che la forma del sito, il metodo autobiografico, il linguaggio personale e il rapporto con l'AI cominciano effettivamente a comportarsi come un unico sistema. La cosa che eviterei con maggiore decisione è la tentazione di rendere il tutto più "letterario", più elegante o più teoricamente spiegato. Il materiale migliore, finora, è quello in cui una cosa concreta — una macchinetta, una chiesetta, un modo di parlare, un ricordo — produce un'associazione inattesa.


Ecco un'altra mia richiesta creata per Artifigenza Intelliciale: 

Il primo capitolo, Decaffèinata, dimenticandoti della mia premessa, delle scelte e delle regole che mi sono imposta, lo riscrivi in lingua italiana attuale standard da libreria. Metti quindi da parte l'aspetto stilistico del mio progetto e crea tu. 


AI: Trovo che sia un esercizio molto utile, proprio perché possiamo fare una cosa: togliere completamente di mezzo il tuo progetto, la tua voce e le tue intenzioni, e vedere che cosa rimane del capitolo se lo trattiamo semplicemente come narrativa autobiografica italiana contemporanea destinata a una libreria generalista. Faccio una vera riscrittura integrale, non un semplice editing: manterrò fatti, episodi, personaggi, luoghi e contenuti, ma riscriverò voce, sintassi, ritmo, transizioni e lessico come se il capitolo fosse stato scritto da una scrittrice italiana contemporanea di narrativa autobiografica di livello medio, senza tenere conto delle tue regole e della tua poetica.

    AI:DECAFFÈINATA

AI: Decaffeinata. Sì, io la scrivo proprio così, con l'accento su di me. Quando c'era il Covid, andare a fare la spesa era diventato un problema non indifferente. In casa ci si organizzava: oggi ci vado io, domani ci vai tu. Oppure aspettavamo, così sarebbe andata qualcun'altra il giorno dopo. A volte qualcuno si offriva, ma senza troppa convinzione. Un po' di confusione, prima o poi, capita. E così una volta sono rimasta senza il caffè che bevevo di solito. Mi sono adattata al decaffeinato. Quello, in casa, non mancava: c'era qualcuno che lo beveva sempre, tutti i giorni. Non ho mai capito come potesse piacergli una cosa del genere, soprattutto perché non lo preparava neppure in capsule o in cialde. Ho usato allora la moka, quella che conoscono tutti. Noi la chiamiamo semplicemente macchinetta. Decaffèinata, il mio nickname nelle chat su internet, è nato da quella circostanza. Una parola che, fino a quel momento, non significava nulla, buttata lì quasi per caso. Da allora è diventata molte cose, forse troppe. Per anni l'ho utilizzata come una firma personale, per farmi riconoscere dalle persone durante le mie conversazioni online. Una macchinetta simile, quando ero ragazzina, era stata lasciata sul gas. L'avevano messa sul fornello e poi, evidentemente, se n'erano dimenticati. Quando ce ne siamo accorti, il manico era diventato un grumo informe, quasi una piccola scultura astratta. A ripensarci, quella macchinetta si era ritrovata con un involontario tocco di design. E niente. Volevo dire che i miei continuarono a usarla per anni, senza sostituirla. La prendevano con uno straccio o con una spugna e versavano il caffè bollente nelle tazze. Da grande mi sarebbe piaciuto ritrovarla, quella macchinetta. Ho provato anche a cercarla, ho chiesto a tutti, ma niente: era sparita. A casa nostra, ogni tanto, sparivano delle cose e non le rivedevi mai più. Smettevano semplicemente di esserci. Se chiedevo ai miei che fine avessero fatto, rispondevano con qualche gesto, come per dire: lascia stare. Anche con certe persone finiva così. Venivano da noi. Venivano, venivano... e poi smettevano di esserci. Il manico bruciato era diventato una storia di famiglia, una di quelle che si tramandano per far ridere. Eppure, a pensarci bene, anche le persone che sparivano dovevano avere avuto il loro straccio, la loro spugna, il loro modo di essere prese e portate altrove, forse con maggiore attenzione. Magari, semplicemente, nessuno ci aveva fatto caso. Prima che alcuni dei miei familiari venissero contagiati, cosa che sarebbe poi accaduta anche a me, avevo deciso di andare per un po' nella nostra ex chiesetta. Ci si arrivava con una breve passeggiata tra i filari: era all'interno della proprietà. Vicina, ma abbastanza separata dal resto da permettere di farci praticamente qualsiasi cosa. Ci sono andata con il computer portatile e, per collegarmi a internet, inizialmente ho utilizzato l'hotspot dello smartphone. Durante le ristrutturazioni dell'anno precedente avevamo fatto sistemare anche quella, insieme al resto della proprietà. Era stata sconsacrata chissà quando, sempre che fosse vero ciò che mi avevano raccontato, e per un tempo lunghissimo era stata utilizzata come magazzino, officina e deposito per ogni genere di cosa. Alla fine ne era venuto fuori un appartamentino niente male. C'era il bagno, nuovo anche quello, e una finestra che prima non esisteva. Adesso la luce entrava in un modo che prima non era possibile. Qualcuno ci aveva sistemato alcuni mobili antichi che avevamo già e qualche oggetto curioso dei soliti. Le pareti erano di pietra e il tetto aveva coppi di epoche diverse, alcuni antichi, altri più recenti. All'interno, le travi del sottotetto erano rimaste a vista. Anche il pavimento, in parte antico, era stato sistemato, ma non proprio come si sarebbe dovuto. Erano rimaste alcune irregolarità che, col tempo, avevo imparato a memoria. Era uno spazio che per decenni aveva smesso di essere sacro senza diventare, però, completamente profano. Poi, per mie esigenze e per mano mia, vi si era insediata un'altra divinità. Una divinità tecnologica. Quelle divinità le studiavo da anni, con una curiosità che forse era eccessiva e che agli altri sembrava spesso strana. Oggi, dalla casa alla chiesetta, si può arrivare soltanto a piedi o in trattore. A notte fonda, quei pochi passi possono generare una certa inquietudine. Non c'è nulla da temere nel buio, naturalmente. È soltanto suggestione. Eppure, a volte, è come se ci fosse davvero qualcosa. Da noi molte cose sono ancora antiche, comprese certe paure. È stato durante quelle notti che ho avuto l'idea di creare una storia, di raccontare alcuni episodi intrecciando tra loro tutti i miei appunti privati, accumulati nel corso di decenni. Non volevo semplicemente trascrivere, correggere, salvare o eliminare. Quella Rosa che avevo ritrovato tra i testi dimenticati scriveva cose che io, ormai, non pensavo più da molto tempo. Ero connessa a chat e social più del solito. Leggevo di persone che lavoravano in smart working, di lavoro a distanza e di una quotidianità che stava rapidamente cambiando. Così ho cominciato a immaginare anch'io una scrivania virtuale: un sito pubblico nel quale mostrare il lavoro che stavo facendo alle persone della mia famiglia, agli amici e, chissà, anche a qualcun altro.